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UNA STORIA D'ANNATA, di Loredana Squeri

UNA STORIA D'ANNATA
racconti di Loredana Squeri


ZONA 2007
pp. 112 - EURO 11
ISBN 9788889702802

 

Una raccolta di racconti sul filo della tensione ma anche dell'ironia, tutti attraversati da una singolare passione civile e da un amore sconfinato per i libri e la lettura... Una storia d'annata , per esempio, è un giallo alla maniera classica, perfettamente congegnato, che ci riporta agli anni della guerra partigiana sull'Appennino. Il paese dei Pirimpilli mescola invece il giallo al comico, nel gioco raffinato tra i due protagonisti, un bibliotecario e un lettore-detective. Ci sono poi le avventure del commissario di polizia italo-irlandese Stefano Moretti, impegnato a districare delitti in un'opulenta città di provincia, quieta solo all'apparenza... Una scrittura brillante, che utilizza il genere letterario più amato del momento come una serratura da cui spiare passato e presente.

Gli incipit dei racconti...

Una storia d’annata
Le ombre del piccolo paese si allungavano sul dedalo di viottoli che portavano fuori. Strade illeggibili per un forestiero; note in lunghezza, percorso, destinazione solo agli abitanti di S. Canzio. Anche le più insignificanti, quelle che potevano sembrare tracciate da un gatto verso il suo fienile. L’antica osteria, ormai senza licenza, era il buco annerito dove trascorrere le serate giocando a briscola; su una parete il ritratto del presidente Pertini dava un tocco eccentrico d’attualità. I giovani rimasti in paese erano saggi: la città non li avrebbe comunque voluti. Con le loro facce semplici come il S. Canzio ligneo dietro l’altare, buoni a tracannare bicchieri e a lavori di fatica. Una di quelle sere tra primavera ed estate, tra il crepuscolo e il buio, avevano trovato morto Agostino. U Gustu. Una caduta, si pensò, un piede messo male. Il piacere per le ricostruzioni mirabolanti e sadiche si esaurì in poche fiammate multicolori, come i fuochi d’artificio della festa patronale. E il paese si convinse dell’incidente. (...)

Apparenti verità, veritiere apparenze ovvero esordio difficile per il Commissario Moretti
L’avvocato Italo Bonomo era un uomo universalmente stimato, erede di uno studio di secolare tradizione. Per scelta personale, difendeva a titolo gratuito gli indigenti e presiedeva un ente d’assistenza ad anziani in difficoltà. Aveva una famiglia serena e un pugno di fedelissimi per le partite a carte in un cabinotto fumoso del Bar Centrale. Perciò quando fu trovato morto nel suo ufficio si pensò subito a una disgrazia.
”Si è sentito male l’avvocato!”, gridò nel suo studio tirato a lucido una voce stravolta.
“È un infarto. Presto, l’ambulanza”.
“Povero avvocato!”.
“Ma quanto ci mettono?”.
La voce corse di bocca in bocca lungo il passeggio cittadino e in parecchi affluirono all’ospedale per avere notizie. Appena giunto in reparto il dottor Boni, medico e amico di famiglia, si accostò con fare interrogativo a un tizio dall’aria annuvolata che sembrava di casa tra quelle pareti d’ospedale.
“Mi dica, si sa qualcosa dell’avvocato?”. (...)

Un nuovo caso per il Commissario Moretti
“Non riuscirò mai ad abituarmi”, disse il commissario Moretti, mentre scrutava i buchi inferti nel cadavere. La donna era raggomitolata nell’ingresso, entro la porta scostata, tra sacchetti, scatole, frutti scivolati a terra dalle borse della spesa. Il commissario sbirciò il prezzo di una nota scatola di sugo pronto “Come se fossi una casalinga anch’io”, pensò. Ma l’ordine specchiato di quell’ingresso – mobili lustri, ceramiche immacolate, pavimenti a cera – non aveva niente in comune col caos polveroso di casa Moretti.
“Il coltello non si trova”, annunciò solenne l’agente Carotenuto.
“Ovvio, l’assassino non è andato oltre l’ingresso”.
C’era una certa stanchezza nelle parole del commissario, un senso di sfiducia che preoccupava lui per primo. Sembrava che una piccola placida città di provincia, nota nel mondo per la buona tavola, avesse scoperto una sotterranea vocazione al delitto da quando Moretti vi era stato destinato.(...)

Il paese dei Pirimpilli
Nel sottoporre all’attenzione dei futuri lettori questa storia bizzarra, molti scrupoli si affacciano alla mia coscienza. Mi domando quanto sia corretto divulgare disdicevoli vicende senza la benché minima certezza della loro veridicità. Non vi nascondo che, non appena m’imbattei in questo scritto, la prima tentazione fu quella di ignorarlo del tutto. Ma procediamo con ordine: sono bibliotecario da ventotto anni, amo il mio lavoro e lascio giudicare ad altri se lo abbia svolto sempre scrupolosamente e con rettitudine. Nel riordinare i vecchi volumi cartacei (ebbene sì, amici, esistono ancora vetusti libri di cellulosa) in attesa di essere nano-digitalizzati, mi accorsi che in un testo di poesia era contenuto un lungo promemoria vergato a penna a sfera, databile ad occhio e croce all’inizio del millennio. (...)

Tutto quello che ho sempre sognato di dire sulle biblioteche ma non ho mai trovato nessuno che mi prendesse in considerazione
Amo le biblioteche, anche se mi provocano una sorta di vertigine. Tanti libri. Che potrei leggere. Che dovrei leggere. Il mio rapporto coi libri è ambivalente – avessi mai trovato nella vita un rapporto non ambivalente, una medaglia senza rovescio. Il mio lavoro consiste nel leggere libri: interminabili, innumerevoli, spesso inesplicabili senza l’ausilio di glossari colossali (ovviamente tedeschi). E mentre arranco su per un periodo contorto e sibillino, sogno la riposante discesa di qualche mio libricino agile e svelto. Tengo i libri che vorrei leggere sul mio comodino. Temo a volte che il comodino stia per esalare l’ultimo respiro, stroncato dalla catasta di libri; capita specialmente in periodo d’esami. Di professione faccio lo studente, professione che garantisce discredito sociale e diffidenza, soprattutto tra quelli che dovrebbero lavorare per noi. “Perché dovrei perdere del tempo per un perditempo?”. Dietro tanti fatti inspiegabili si cela questo quesito irrisolto. Anche dietro i regolamenti delle biblioteche.

La Biblioteca di Cornucopia. Libri, amori e cavalieri antichi
Quando fui assunta a tempo pieno alla biblioteca comunale di Cornucopia di Sotto avevo ventisei anni, una laurea inservibile guadagnata fuori corso ed ero in piena crisi esistenziale. Mi trovavo insomma in una di quelle assurde fasi in cui si tentano bilanci prima ancora di avere aperto la contabilità. La biblioteca di Cornucopia di Sotto, frazione del comune di Cornucopia di Sopra, era frequentata abitualmente da non più di cinque-sei persone. Calcolando che esse venissero a restituire i libri e a ritirarne di nuovi una volta al mese, restavano come minimo venti giorni (esclusi i festivi) in cui nella biblioteca abitavano solo i fantasmi della letteratura, oltre a me e Filiberto. Filiberto era il mio unico collega; non osai mai chiedergli da quanto tempo fosse lì, perché aveva un’inquietante patina giallognola, simile a quella della carta invecchiata e io preferivo non sapere dopo quanto ne avrei acquistato una simile. (...)

 
 
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l'autore

Loredana Squeri
(Borgo Val di Taro, Parma)

Vive a Chiavari. Ha vissuto a lungo a Bologna, dove si è laureata in Lettere Classiche. Appartiene alla Scuola bolognese del Giallo e nel 1991 è stata premiata al Mystfest di Cattolica. Ha scritto il romanzo La volpe e la luna. Un thriller appenninico (2000, ZONA). Sue poesie e suoi racconti sono apparsi su antologie (Donne e crimine. Antologia del giallo ligure femminile, Frilli Editori; Libri, che passione, Editrice Clueb; Ragazze, non fate versi, ZONA), sulle riviste Thriller Magazine, Linus e L'agave e sui quotidiani La Repubblica e La Gazzetta di Parma. Un suo componimento ha vinto il Premio Internazionale di poesia “Genovantasette”.  
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