Lidia Riviello: “Neon
Fatti non fummo
Siamo
all’interno di una camera, con i poster alle pareti, i peluches sul davanzale e,
seminascosto tra le coperte, un cadevere riverso sul letto. Il corpo di un’ingenuità
sacrificata sull’altare di una visione adulta, fatta e dichiarata responsabile.
E’ stato scritto e detto che la
poesia di Lidia Riviello può essere definita “pop”. Ci troviamo ben oltre. Se
questo poemetto “anni ‘80” non è datato è proprio perché sulle icone della
produzione e del mercato pone il velo del lutto. Non credo, insomma, che questa
scrittura divenga prodotto per il
semplice fatto che il sottotesto è tutto interno alla componente verbale del
titolo, neon, e non a quella
numerologica, (gli anni) 80. E allora
la lettura cambia e l’autrice si mostra con il freddo cinismo di chi assiste
alle esquie della propria vittima, incredula e partecipe (colpevole?) ad un
tempo (quanto Corpo a noi dovuto ci è stato sottratto?). Se icone pop costellano il
poemetto è perché esse si mostrano alla luce ospedaliera del neon, appunto, e
quindi già deteroriate. Chi scrive, in qualche modo, sa del danno subito (a quanto Corpo abbiamo rinunciato per il look di base/con un’anima bella
chiusa in una bora nucleare?).
Lidia
Riviello, dunque, non si limita a rappresentare. Il gioco è nello scardinamento della memoria, nello scavo da dietro dell’immagine
perché sia dato vedere ciò che rimane (era
tutto poco originale, visto da dietro). E per fare questo niente è da tralsciare,
dal momento che solo dall’immagine del corpo si può arrivare alla percezione
dello scheletro: “credo si debba tenere tutto a distanza e a
portata di mano quando si scrive: le imprecisioni, i dettagli, i tic delle
parole in fase di montaggio, e quando poi smonti il meccanismo del reale è
l’antimorale che ne viene fuori che riassesta l’immagine sfocata” (cit. da
Lidia Riviello, Variazioni Meridiano,
dichiarazione di poetica su www.nazioneindiana.com).
La catalogazione delle icone “anni ‘80” viene
sapientemente orchestrata dalla Riviello quasi fosse un pianto di vecchie
comari, coinvolte nella processione dietro il carro su cui giace, tuttavia,
un’innocenza da loro stesse violata. E se andiamo a togliere il velo del lutto
troviamo, ancor più a fondo, nella disgregazione e dispersione dell’emotività, la
perdita più straziante. Anche la capacità di amare è infatti
filtrata da una luce al neon (cfr. la sezione “Terra
di neon o del perduto amor”). Siamo inadatti ad un rapporto che vada oltre la patina del consumo
del sentimento.
La decadenza sottesa a questa
“visione” storica è resa nel barocchismo della citazione, nella nenia dantesca
del “fatti fummo…” che, dietro l’artificio, cela lo schernimento non soltanto
della propria generazione, ma dell’adolescenza di qualsiasi generazione. Nella finzione più dichiarata la possibilità di non fingere; nella
esposizione dell’immagine la durezza del reale e del tempo definitivamente
materico e trascorso; nella scelta del mito da consumo nessuna falsa aderenza
ad una simbologia sociale falsa, non propria
perché non realmente attraversata. Ancora
Dichiarando
l’assoluta buona fede del suo artificio, l’autrice - in appendice al poemetto -
porta come contro-luce una disamina di “fatti” di quegli anni; tutto ciò che,
mentre eravamo “assuefatti” al neon, sotto altra luce stava de-formando il
tempo a venire. Forse la speranza era (ed è) in un’alternativa (convinti che dalla città di fronte/ci
avrebbero restituito il sole). Ma prima - ci ripete
Lidia
Riviello
Neon 80
Editrice Zona
€ 10,00
Lidia Riviello è nata a Roma dove vive e lavora.
E’ autrice di poesia e prosa. Suoi testi sono tradotti in inglese, francese,
arabo, sloveno e giapponese. Con l’inedito Neon 80 (con una nota di Edoardo
Sanguineti) ha vinto la quarta edizione del Premio Antonio Delfini 2007.
Partecipa a reading di poesia in Italia e all’estero, è curatrice di importanti
festival internazionali nonché autrice di programmi radio e tv.