Ogni pagina di libro contiene infiniti mondi. Leggere è come seguire una rotta più o meno familiare attraverso spazi di significato mai del tutto esauriti. La poesia chiede uno sforzo maggiore rispetto agli altri testi: i segni che la compongono sono insufficienti perché il lettore si faccia l’idea di un mondo intero. Una poesia non conduce a pianure: ci mostra vertigini, epifanie. Perciò va masticata ed esplorata fino a conoscere anche il sapore di quello che non dice. Questa raffigurazione di un mondo attraverso un’unità densa e breve è essenziale per la poesia, ne garantisce il carattere liberatorio. Costringe il lettore a partecipare al significato, a usare la libertà di movimento che il testo gli accorda (di cui a volte lo prega). Leggere poesia è come svolgere un nodo o tracciare contorni di nuovi continenti. Necessita di un punto di partenza e di una meta. Richiede l’abilità “passiva” di sentire fino a confondersi col testo e quella “attiva” d’essere partecipe all’evocazione.
Il libro di Luca Vaglio si presta a questo modo di intendere la poesia. Il viaggio è un motivo che pervade la raccolta dal centro alla periferia, dalle basi tematiche fino agli spunti d’occasione. Il discorso poetico insegue una deriva dello spirito, in cui ciascun momento discreto è visita di un paesaggio prima sconosciuto. Leggendo La memoria della felicità di Luca Vaglio si ha subito l’impressione di percorrere un territorio inesplorato: la raccolta rivela la sua natura sperimentale, sia nei significati che nelle scelte espressive. La scommessa di quest’esordio poetico è la traduzione in versi di un itinerario spirituale, perseguita con un lavoro minuzioso sulle immagini, in modo che densità e dimensioni siano regolate con cura.
dalla postfazione di Lorenzo Cardilli
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