Dovrei farmi causa.
Ho creduto più ai cantanti
che a me
e ho lasciato accese
le luci di San Siro,
pagando bollette da capogiro.
La musica
ha bagnato la mia vita
e non ho mai voluto asciugarmi.
Marco Brogi è pazzo, ma di quella follia bella che attraversa come fulmine il cielo delle persone che, per vivere bene la realtà, si nutrono di sogni e non si preoccupano sempre di far tornare i conti, semmai di far tornare i canti. Quelli che muovono le corde giuste, che ti riportano indietro nel tempo, quelli che oggi s’intonano sempre meno, smarriti come siamo in follie ben più pericolose.
Questo libro è un omaggio ai cantanti che gli hanno lasciato segni sulla pelle, poche parole per restituire qualcosa a chi ha dato tutto. Brogi, credetemi, è delizioso nel tratteggiare in pochi versi i lineamenti dei destinatari (“dal panforte al pianoforte, che choc per la placida Siena tutto rock e niente crema”, parlando della Nannini), ma la sua vera abilità è nel portarli altrove, sradicarli dalle loro caratteristiche per raggiungere altri porti. Ecco che Jannacci, vagabondo dell’eccentricità e dei sentimenti, “fa più passi lui in una notte che l’inglese di Madonna in una vita”... (dall’intro di Massimo Cotto).
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