Giorgio e Francesco sono due compagni del movimento, nella Roma tesa e surriscaldata del 1977, nell'Italia delle mille occupazioni contro i tagli e i sacrifici decretati dal governo di allora. Le loro storie corrono parallele, ma le loro scelte sono e diventano via via più distanti.
Uno cede alla tentazione della lotta armata, una specie di fede cieca in un’organizzazione fantasma, com’erano allora le frange estreme della “nuova sinistra” non ancora clandestine, ma a un passo dal diventarlo.
L’altro è un liceale di paese, figlio di comunisti del “vecchio” PCI, vicino a Lotta Continua ma convinto che la lotta di classe non si combatta con le armi. Solo in un momento le loro vite s’incrociano, del tutto casualmente, e nuovamente rimbalzano lontane, verso i rispettivi destini.
I due protagonisti si muovono dentro vicende storiche realmente accadute, e che hanno segnato fortemente la memoria degli anni Settanta - come la cacciata del segretario della CGIL Luciano Lama dall'Università La Sapienza, la morte di Pierfrancesco Lorusso a Bologna e di Giorgiana Masi a Roma durante dei cortei, nell'Italia turbolenta del terzo governo Andreotti - sui due fronti di uno scontro duro, armato da una reciproca, crescente esasperazione.
Da un lato il governo - ma più in generale il mondo dei partiti, di maggioranza e opposizione, diffusamente sordo alle istanze dei giovani -
dall'altro il movimento degli studenti. Su tutto, la pressione sanguinosa e violenta del terrorismo.
Nessuno vince, alla fine di questo romanzo. Tutti perdono qualcosa. Come forse l'Italia stessa perse, alla fine degli anni Settanta, l'occasione di diventare qualcosa di diverso da ciò che è oggi: un paese in crisi, anche di prospettive, in cui i ragazzi e le ragazze (appena trent'anni dopo) faticano a immaginare il futuro, e che certo non brilla nel pur nebuloso firmamento occidentale.
Il romanzo di Antonio Aversa - che di molte situazioni ed eventi di quegli anni è stato testimone -
è di certo un'occasione per ricordare e riflettere, seppure in tempi così mutati come i nostri, a partire dalle storie di due ragazzi come tanti, finiti in un'altra storia, assai più grande di loro.
Un libro che pone all'oggi un paio di domande dirette. Siamo sicuri che questo non sarebbe un paese migliore, se alle domande di quella generazione si fosse dato - oltre che ascolto - un altro tipo di risposte? Saremo tutti capaci di evitare - mentre i giovani ripropongono con forza il loro punto di vista e le loro domande - tutti gli errori di un passato che non è poi così lontano?
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